Rapporti tra la legge anticorruzione e i modelli organizzativi ex d.lgs. 231/2001

La legge 9 gennaio 2019, n. 3 “Misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione, nonche' in materia di prescrizione del reato e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici”, ai più nota come “spazzacorrotti”, ha introdotto una serie di importanti novità che sono destinate ad avere ripercussioni anche sui modelli organizzativi ex d.lgs. 231/2001. In particolare, l’art. 1, comma 9, lett. b., n. 1, ha novellato l’art. 25 del d.lgs. 231/2001 ampliando il novero dei reati presupposto della responsabilità dell’ente con l’introduzione del delitto di traffico di influenze illecite (art. 346 bis c.p.).

Quest’ultimo reato, già introdotto dalla l. 190/2012 ed ora anch’esso oggetto di modifica ad opera della l. 3/2019, punisce, con la pena della reclusione da un anno a quattro anni e sei mesi “chiunque, fuori dei casi di concorso nei reati di cui agli artt. 318, 319, 319 ter e nei reati di corruzione di cui all’articolo 322 bis, sfruttando o vantando relazioni esistenti o asserite con un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio o uno degli atri soggetti di cui all’art. 322 bis, indebitamente fa dare o promettere a sé o ad altri, denaro o altra utilità, come prezzo della propria mediazione illecita verso un pubblico ufficiale o un incaricato di un pubblico servizio o uno degli altri soggetti di cui all’art. 322 bis, ovvero per remunerarlo in relazione all’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri”.

L’inclusione di questa ulteriore fattispecie nel novero dei reati presupposto rende, pertanto, necessaria una revisione dei modelli organizzativi, sia nella parte generale (per recepire le novità normative) sia nella parte speciale (laddove si ravvisi un rischio di verificazione del reato e sia necessario, quindi, adottare, o modificare, procedure).

Particolarmente, importante, quindi, il ruolo dei componenti degli Organismi di Vigilanza che, ove ad oggi non si fosse ancora provveduto, hanno il preciso compito di segnalare l’esigenza di avviare un risk assessment per poter aggiornare la mappatura delle attività sensibili a rischio di reato, con particolare riferimento alla nuova fattispecie dell’art. 346 bis c.p.

La l. 3/2019 ha, altresì, introdotto importanti novità con riferimento alle sanzioni interdittive previste dall’art. 25 d.lgs. 231/2001 per l’ente.

A tal riguardo si evidenzia, anzitutto, l’inasprimento della sanzione interdittiva prevista, al comma 5 dell’art. 25, per i reati di cui ai commi 2 e 3 (artt. 317, 319, 319 ter, comma 1 e 3, 319 quater, 321, 322, commi 2 e 4 c.p.) che ora avrà una durata non inferiore a quatto anni e non superiore a sette anni, se il reato è stato commesso da un soggetto apicale ovvero non inferiore a due anni e non superiore a quattro anni, se il reato è stato commesso da soggetto sottoposto alla direzione e controllo dei soggetti apicali.

Al comma 5 bis è stata introdotta, inoltre, una nuova sanzione interdittiva attenuata (con durata non inferiore a tre mesi e non superiore a tre anni) che verrà applicata nei casi in cui, prima della sentenza di primo grado, l’ente si sia adoperato efficacemente per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, per assicurare le prove dei reati e per l’individuazione dei responsabili ovvero per il sequestro delle somme o altre utilità trasferite e ha eliminato le carenze organizzative che hanno determinato il reato mediante l’adozione e l’attuazione di modelli organizzativi idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi.

Con particolare riguardo alle sanzioni interdittive (e alle modifiche alle stesse apportate), appare utile segnalare che:

  • al comma 5 dell’art. 25 non è stato inserito il richiamo all’art. 346 bis c.p. in relazione al quale, quindi, non si ritengono applicabili le sanzioni interdittive, ma la sola sanzione pecuniaria fino a 200 quote;
  • la sanzione interdittiva attenuata prevista dall’art. 25, comma 5 bis, prevede per la sua operatività la realizzazione, cumulativa, di due distinte condotte: una che potremmo definire riparatoria (evitare ulteriori conseguenze, garantire l’acquisizione delle prove e l’individuazione dei responsabili, etc.) e l’altra organizzativa (adozione del modello).

La previsione dell’adozione di un modello organizzativo ex post è, invero, già prevista, in generale, dall’art. 17, comma 1, ma quest’ultima norma fissa il limite temporale all’apertura del dibattimento. Ad oggi, quindi, esistono due differenti tipologie di modelli organizzativi ex post:

  1. modello ex art. 17, comma 1, d.lgs. 231/2001 con le seguenti caratteristiche:
    1. applicabile a tutti i reati per i quali è prevista una sanzione interdittiva;
    2. adozione entro l’apertura del dibattimento;
    3. esonero totale dall’applicazione di misure interdittive;
  2. modello ex art. 25, comma 5 bis, d.lgs. 231/2001 con le seguenti caratteristiche:
    1. applicabile ai soli delitti previsti dai commi 2 e 3 dell’art. 25 (artt. 317, 319, 319 ter, comma 1 e 3, 319 quater, 321, 322, commi 2 e 4 c.p.);
    2. adozione entro la pronuncia della sentenza di primo grado;
    3. applicazione della misura interdittiva in misura ridotta.



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